In occasione dei 100 anni dalla nascita di Morton Feldman (12.1.1926 – 3.9.1987) e del concerto che l’Orchestra di Padova e del Veneto gli dedica il 24 e il 26 maggio rispettivamente a Milano e Padova, ripubblichiamo un testo, già comparso sul nostro sito, sulle presenze padovane di Feldman. Lo abbiamo opportunamente esteso e arricchito di documenti di recente ritrovati, specialmente la corrispondenza che intrattenemmo tra il 1980 e il 1983.

La seconda edizione di musica oggi, che venne organizzata nella primavera del 1979 dal Centro d’Arte insieme agli Amici della Musica, non fu soltanto un bel momento di collaborazione tra le due associazioni e, in definitiva, tra un gruppo di amici ma, in retrospettiva, una delle più originali e varie rassegne che si potessero tentare con i mezzi che si avevano a disposizione. Lasciando da parte la nostalgia e soprattutto la modestia, quella rassegna potrebbe essere un modello per oggi; di sicuro anticipò uno stile curatoriale che si sarebbe affermato qualche decennio più tardi. In musica oggi due retrospettive – sul pianoforte preparato di Cage e la musica organistica di Messiaen – aprivano alla stretta attualità dell’improvvisazione libera con il post-free jazz europeo e americano del trio formato da Evan Parker, Peter Kowald, Paul Lytton, e l’inedito duo di Roscoe Mitchell e Radu Malfatti; in realtà l’asse portante della rassegna era costituito dalla presenza di musica ibrida, nel senso di composizione variamente “aperta”, anche verso l’improvvisazione, con gli stessi compositori in veste di esecutori: George Lewis guidava un quartetto formato da Richard Teitelbaum, Douglas Ewart e Anthony Davis; arrivò Dieter Schnebel con il suo ensemble-laboratorio di München; e una rara apparizione italiana del New Phonic Art di Vinko Globokar, Carlos Alsina, Michel Portal e Jean-Pierre Drouet. Le tre formazioni si produssero ciascuna in due differenti programmi. Il cartellone era poi completato da un trio che si presentava come “Morton Feldman and Soloists”. Feldman, al pianoforte aveva programmato una tournée europea per la primavera in cui avrebbe presentato una nuova composizione, accanto a musiche di Xenakis – una combinazione curiosa ma non improbabile – eseguite insieme a Eberhard Blum ai flauti e Jan Williams alle percussioni. Alla fine, Feldman decise che avrebbe presentato un solo pezzo della durata di 40-45 minuti, Why Patterns? che il 12 maggio a Padova fu eseguito due volte. Feldman intendeva presentare il pezzo durante la pausa e sollecitare domande dal pubblico. Il colloquio è stato fortunatamente registrato, e la sua trascrizione si trova in appendice a questo testo. Qualcosa delle passeggiate padovane e veneziane di Feldman, insieme ai suoi musicisti e a Filippo Juvarra, è rimasto in questi scatti di Jan Williams:



Feldman fu forse il primo artista nella storia del Centro d’Arte a cui ci si sentì da subito legati da un’evidente affinità, un quid non del tutto spiegabile che in seguito si sarebbe manifestato anche con altri – succederà con Terry Riley, Alvin Curran, Evan Parker, Tim Berne, in tempi più recenti con Mats Gustafsson e Jim O’Rourke – e che rendeva necessario un ritorno a breve, possibilmente già nella stagione successiva.
In una lettera molto calorosa del 3 luglio 1980 Feldman ringrazia dell’invito a tornare presto; la copia della mia non è stata conservata, ma probabilmente avevo proposto che comparisse di nuovo insieme ad altri strumentisti, dal momento che così, scherzando, scriveva: “The problem of touring now with a group is too expensive. However, a Fest. with Italian performers (I understand Italians can read music) could/would be a good idea”, e suggeriva una serata a due pianoforti con Giancarlo Cardini. La mia risposta arrivò tre mesi più tardi… e da quanto scrivevo, al momento non era affatto chiaro se avremmo avuto i mezzi per una nuova edizione di musica oggi, che in quell’anno si era ridotta a quattro serate con altrettanti pianisti (Cardini, appunto, poi Fred Van Hove, Frederic Rzewski e Alexandre Rabinovitch). Avendo però saputo dagli amici di OggiMusica di Lugano, una rassegna molto simile alla nostra, che Feldman aveva ricevuto una commissione dall’Orchestra della Radio della Svizzera Italiana per l’anno successivo, gli proponevo di agganciare al suo soggiorno ticinese una serata a Padova. La cosa non ebbe seguito, ma in occasione della prima di The Turfan Fragments per orchestra, il 26 marzo 1981, arricchita da un concerto pianistico con Giancarlo Cardini e di un incontro pubblico nella sede della Radio, andai a Lugano e passai una bellissima giornata con Feldman. Ci si mise d’accordo per la stagione successiva, e cominciarono le trattative sul programma e sui solisti: si parlò di una piccola formazione che, oltre a Feldman stesso, avrebbe forse compreso il violinista Paul Zukofsky, il violoncellista Fred Sherry, oppure l’oboista olandese Han de Vries. Mi è rimasto un appunto tracciato sulla carta intestata dell’albergo luganese, al termine di un pranzo in cui si conversò di musica, pittura, tappeti…

In una lettera di poco successiva – di cui, in attesa di ritrovare l’originale, rimane soltanto la traduzione che avevamo pubblicato anni fa – Feldman tornò a proporre un gruppo europeo, con Bruno Canino e Rocco Filippini, che avrebbe presentato una nuova composizione per violoncello e pianoforte. Feldman nella lettera fa riferimento al trio che Canino e Filippini avevano formato insieme al violinista Cesare Ferraresi, che era recentemente mancato (nel gennaio 1981). Nell’appunto che a marzo Feldman aveva vergato sotto i miei occhi, il titolo di questo nuovo pezzo figura come Patterns in a Chromatic Field – così in seguito è stato pubblicato – ma, curiosamente, nella lettera di qualche mese successiva diventa Untitled Composition for Cello and Piano. Per quanto strano possa sembrare, quest’ultimo dovrebbe essere il titolo finale: potrebbe essere un esempio più unico che raro di titolazione retrocessa allo stadio di una provvisorietà fatalmente “definitiva”.
Caro Veniero Rizzardi,
Prima che cominciamo, ho qualche ripensamento.
Aki deve venire dal Giappone a New York per le prove – Paul Z. Dopo avergli appena parlato vuole più lira ecc. Anche se possiamo andare avanti, e so che ce la possiamo fare – pensiamo a un’alternativa. Cosa c’è che non va in un gruppo italiano? Quel superbo violoncellista (era venuto a Lugano per il mio pezzo) di Milano, di quel trio famoso (il violinista è appena morto) in cui c’è il pianista Bruno -?- che conosco e che ha suonato già la mia musica. D’accordo, non è una soluzione ‘attraente’ come un paio di americani stravaganti e una petite pianista giapponese – ma – che cosa c’è che non andrebbe bene?
Potremmo aprire bruno e io con un po’ di pezzi a due pianoforti, poi il pezzo per violoncello intitolato Untitled Composition for Cello & Piano – intervallo – e finire con Trio.
Questo mi permetterebbe di ricevere anche un onorario (con il mio gruppo per me non avanza niente) e cosa molto importante… vivendo a Buffalo è troppo difficile e perdo troppo tempo a organizzare tre musicisti sempre così impegnati. Penso che un gruppo italiano di sicura eccellenza e così simpatico possa essere veramente la soluzione migliore. Spero che tu sia d’accordo.
I miei migliori saluti
Morton Feldman
Probabilmente passammo un altro po’ di mesi a pensarci, perché dalla corrispondenza risulta che all’inizio del 1983 si era già formata l’ipotesi di incastonare la serata Feldman in un festival ‘americano’ per cui sarebbe tornato utile avere a disposizione i suoi solisti per eseguire musiche di Charles Ives e John Cage. Feldman rispose così il 18 gennaio 1983:
There have been some very important works since you last wrote me. A very long piece (1 ½ hrs.) for violin and piano “For John Cage” which Aki + Paul played in NY last yr. There is also a long wk. for piano called Triadic Memories. I suggest just Aki and Zukofsky. This is a festival in itself Ives Cage and myself! […]
Gli risposi che anch’io avevo qualche novità, ossia buone speranze di poter presentare il Kronos Quartet, di cui allora si parlava molto, e che non era ancora apparso in Italia. Feldman aveva scritto per loro nel 1979 una composizione della durata di un’ora e mezza (il secondo quartetto, del 1983, arriverà a 4-6 ore, seconda le scelte di metronomo) e voleva senz’altro farlo eseguire a Padova, sempre insieme a Triadic Memories. Il Kronos però rinviò la tournée europea di un anno; saremmo comunque riusciti a presentarli per la prima volta in Italia, insieme alla Biennale di Venezia, nell’ottobre del 1984, con un programma misto. Così Feldman propose di venire a Padova in duo con la pianista Aki Takahashi. Sarebbero stati già in Europa, ognuno per suo conto: non si trattava dunque di una tournée a due, ma di un concerto appositamente organizzato. Il programma definitivo fu concordato per telefono: una prima parte con brevi pezzi per due pianoforti, «poi nella seconda parte Aki suonerà un pezzo nuovo, Triadic Memories». Probabilmente non mi ricordavo di quel “long wk.” di cui mi aveva scritto: «Un pezzo solo nella seconda parte?» provai a dire, «Non viene un po’ corto?». «Ma Triadic Memories dura un’ora e mezza! Sarà una serata molto lunga». Si trattava in effetti del primo pezzo per pianoforte di durata fuori dell’ordinario (il brano più esteso, fino ad allora, Piano, del 1977 arrivava a venti minuti).
Il concerto terminò alle undici passate e fu memorabile. Anche a Feldman lasciò un buon ricordo, come risulta da un aneddoto che raccontò in un seminario tenuto a Darmstadt l’anno successivo, e che rimane fissato nella trascrizione pubblicata in una raccolta dei suoi scritti:
Ho tenuto un bellissimo concerto a Padova con Aki Takahashi. Abbiamo fatto qualche pezzo dei miei per due pianoforti. E poi, dopo, siamo seduti in un ristorante. E c’è un giovane, un bel tipo, seduto lì, io pensavo che fosse un amico di quelli che ci avevano invitato, invece è uno studente dell’università che si è unito al gruppo. Allora gli chiedo “chi sei?”, e lui mi dice che sta scrivendo un lungo articolo. Sentite questa! Vuole mostrare con misurazioni e diagrammi che il violino è fatto per la mano dell’uomo.
Morton Feldman non tornò più a Padova. Poco prima della sua scomparsa, nel 1987, riprendemmo il progetto discusso qualche anno prima proponendo la prima esecuzione italiana di For John Cage (uno dei lavori di Cage che Feldman preferiva erano le Six melodies per violino e pianoforte), con Paul Zukofsky e Marianne Schroeder. Poi musica oggi ospitò il concerto in memoriam che Yvar Mikhashoff compilò nel 1988 mettendo insieme pezzi, oltre che di Feldman stesso, dei suoi maestri o ispiratori, Scriabin, Riegger, Wolpe; e dei suoi allievi, Nils Vigeland, Bunita Marcus, e di Barbara Monk Feldman. Nel 2000 Ulrike Brand e Martin Erdmann eseguirono all’Auditorium Pollini la Untitled Composition for Cello and Piano. L’anno successivo Why Patterns? sarebbe stato eseguito dal Laboratorio Novamusica di Venezia insieme a uno degli ultimi lavori, Samuel Beckett: Words and Music.
Fortunatamente è stato conservato su nastro (una cassetta) il primo di questi eventi; forse è anche il più importante, perché documenta un momento cruciale nella vicenda dello stile di Feldman. Come si è detto, WhyPatterns?fu eseguito due volte. La ragione della doppia esecuzione si spiega con la concezione stessa del brano. Feldman allora stava sperimentando alcune idee che sarebbero risultate nello stile delle lunghe composizioni caratterizzate da moduli, pattern, tipiche dell’ultimo periodo: Why Patterns? esisteva allora provvisoriamente come insieme delle tre parti strumentali. Non c’era una partitura (salvo che per un breve passaggio conclusivo) e, secondo quanto Feldman spiega, non avrebbe potuto essere altro che una sovrapposizione di parti separate. Il loro coordinamento doveva essere trovato nella performance come arrangiamento polifonico ‘spontaneo’.
Dunque ogni esecuzione non poteva non essere diversa dalle altre. Inizialmente incerto se ‘chiuderlo’ in una partitura, Feldman decise poi di pubblicarlo in una forma che rispetta l’intenzione originaria. Why Patterns? risulta così, rispetto alle altre partiture di quel periodo, qualcosa di simile a un prototipo, dove la complessa griglia metrica (il termine “griglia” è impiegato da Feldman stesso) tipica delle ultime opere si trova già definita nel suo fondamentale principio direzionale, ma le sue implicazioni ‘verticali’ dipendono ancora, in primo luogo, dall’articolazione idiomatica di ogni parte strumentale, al punto che il compositore rinuncia a fissarla preventivamente. Un bell’esempio, questo, di quella discussa convergenza della musica di Feldman con quella del primo minimalismo – una convergenza di procedure, non di linguaggio, e che tra l’altro la avvicina a certi aspetti di “tradizione orale” che si ritrovano in molti compositori a partire dalla metà degli anni Sessanta (Stockhausen, Nono, Maderna, Kagel, Cardew, per dirne solo alcuni).
La trascrizione della conversazione di Feldman, che segue, necessita di qualche precisazione. La serata venne registrata da uno dei (tuttora) più fedeli frequentatori dei nostri concerti, Carlo Schiavo, con un buon apparecchio a cassette, ma a distanza, e a un livello eccessivamente basso, per cui buona parte delle domande sono quasi inudibili. Claudio Ambrosini faceva da interprete, traducendo frase per frase, cosicché Feldman accentuò gli aspetti sentenziosi e aforistici del suo eloquio che era, come sempre, erratico e affascinante.
Veniero Rizzardi
(12 maggio 2017 – aggiornato 22 maggio 2026)
Conversazione con Morton Feldman.
Padova, Sala dei Giganti, 12 maggio 1979
Il discorso prende le mosse dalla domanda di uno spettatore che crede di essere venuto per ascoltare musiche di Xenakis (in effetti per qualche tempo era stato annunciato un programma misto Feldman-Xenakis).
Xenakis ha scritto un pezzo per il nostro gruppo.
Ti piace Xenakis e sei deluso perché non hai ascoltato musica sua? (risate in sala)
Xenakis è stato mio ospite a Buffalo. Stava seduto vicino a me durante l’esecuzione di un mio pezzo. Poi usciamo per fumare una sigaretta e lui mi dice: “Sono contento che anche a te piacciano le scale cromatiche”. Ecco il rapporto.
Ma che relazione c’è, veramente, tra la sua musica e quella di Xenakis?
Distanza.
Che importanza ha il timbro dello strumento rispetto alla costruzione del brano?
Il timbro è l’altezza, è molto importante. Il colore, e l’altezza.
Può spiegare come è costruito il pezzo che abbiamo ascoltato?
Mm…
Non è coordinato. Ognuno segue una sua propria metrica. Ed è molto precisa, la metrica di ciascuno. Mm… A volte lavoro con una griglia molto precisa. A volte… come in un giardino, o in un paesaggio, se ho più spazio mi sento più libero.
È tutto rigoroso e disarticolato, allo stesso tempo.
Ho dei problemi nel decidere come pubblicarlo, ossia se lo devo rendere come situazione polifonica in senso stretto – perché è così che funziona – o lasciarlo come è. Lo abbiamo suonato molte molte volte in posti diversi, diverse situazioni – ma viene sempre abbastanza simile.
Il mondo dei colori… Io ho uno stile… Il mondo dei miei colori è coerente… Le tendenze stilistiche stanno nelle mie scelte.
Lei si considera un compositore costruttivo, artigianale, o che altro?
Il mio concetto di composizione, fin dall’inizio – voglio dire, io scrivo musica da molti molti anni – è soggetto a cambiamenti…
Per me la composizione è come una performance – non improvvisazione – ma a me sembra di eseguire un pezzo piuttosto che farlo. Lavoro in modo molto simile a come lavora un pittore. Non ci sono strutture a priori. Ma queste cose sono molto difficili, e lo so che una qualche costruzione è necessaria, lo so.
La mia filosofia compositiva prende degli impegni molto a breve verso un’idea. Mi lascio sempre aperta la possibilità di cambiare idea e non sono… non sono implicato in qualche logica di causa/effetto. Solo i miei studenti lo sono.
Sono orgoglioso di questa posizione.
Ma la mia relazione a Xenakis sarebbe… potrei dirlo anche di Boulez – voglio dire, anch’io, a modo mio, ho a che fare con delle possibilità.
Vorrei sapere qualcosa delle sue esperienze giovanili, qual è la cultura in cui è cresciuto, come è arrivato a questo…
(a parte) Ma vuole la mia vita!
Va bene, ho studiato come tutti voi, ho studiato pianoforte con un’insegnante molto importante, ho suonato Mozart, ho diretto la Prima di Beethoven al liceo… e ho studiato con il primo compositore dodecafonico americano, Wallingford Riegger, e con Stefan Wolpe. Non ho mai studiato con Edgar Varèse, ma da giovane andavo a trovarlo spesso. E nel 1950 incontrai per caso John Cage. E con lui ho avuto un sodalizio stretto in quegli anni. Meno, di recente.
E perché?
Lui mi chiama “estremista poetico”.
È d’accordo?
La mia tragedia è che non sono abbastanza estremista. Ho una coscienza.
(domanda incomprensibile)
No, penso che i miei primi pezzi fossero, o sembrassero più semplici – più omogenei. E adesso voglio cambiare questa immagine (…) [e voglio] concentrazione.
[Giancarlo Cardini]: nella sua musica il protagonista è il tempo o quello che sta nel tempo?
Per me, per scrivere la mia musica, c’è una sola cosa che conta, ed è credere nel materiale.
Sono stato colpito una volta da un’osservazione di Giacometti. Diceva che davanti a un piccolo frammento [di scultura] greca… non c’è bisogno dell’intero, c’è già tutto il senso della struttura, tutta.
Scrivere una composizione non è più… lo si può fare… perché se dici che scrivi una composizione, allora hai un’idea a priori di che cosa sia una composizione… è questo non tiene più, per nessuno, Boulez, Xenakis, nessuno… così se ti chiedi che cos’è questa composizione – quasi tutti i compositori se lo chiedono, adesso: è ancora possibile la composizione? Questo è il problema.
Il tempo, non inteso come metro, ma come durata, ha un’importanza strutturale? Il pezzo non potrebbe continuare all’infinito?
No.
Dal momento che sono un estremista poetico io mi sono posto un problema. Due anni fa mi sono posto un problema. Non solo sento che scrivere una composizione può non essere possibile – è che scrivere una composizione breve non è possibile. 25 minuti, 30 minuti: non è possibile. Allora ho deciso che devo arrivare a un’ora. In modo puramente arbitrario. Devo arrivare a un’ora.
Così il mio pezzo successivo è venuto di cinquanta minuti. Ho finito da poco un pezzo per violino e orchestra che dura un’ora e dieci minuti. In un movimento. Senza sezioni. Questi sono i problemi che ho – perché il problema ha a che fare con il mio impegno a concentrami su un determinato particolare – per me è più difficile che fare una composizione.
E in un pezzo come questo il materiale alla fine si dissolve, perché quando si hanno tre strumenti come questi, la loro identità si afferra subito…
[Mauro Graziani]: Tempo addietro lei scriveva partiture grafiche. Ora mi sembra che scriva in un modo più legato alla tradizione…
Mm… il mondo è grande e non tutte le informazioni circolano… Io ho scritto musica grafica e musica notata tradizionalmente, insieme, nello stesso periodo. La mia musica grafica la consideravo prosa… prosa, la consideravo epica… e la musica notata la consideravo più soggettiva, più personale. Ma non ho più scritto musica grafica [da quando] ha cominciato [ad essere] accademica. Ho perso interesse. Ho perso interesse nella possibilità. Venticinque anni fa. Era troppo compromessa con l’esecuzione. Con l’improvvisazione.
Nuove possibilità di relazioni sonore senza sistema.
(domanda incomprensibile)
Certo che è molto difficile, perché è soltanto un pezzo. I pezzi sono tanti, e diversi.
Ma mi è venuto un grande interesse per i tappeti. E soprattutto per quelli che hanno i bordi molto sviluppati. E i loro moduli (patterns) sono di solito molto meccanici. Ma sono grandi tappeti, bellissimi. Le donne che li tessono cominciano in questo modo meccanico, ma i disegni sono bellissimi. E mi piace la contraddizione.
[Veniero Rizzardi]: Allora che cosa pensa della meccanicità della musica iterativa?
Penso che il suo contributo più grande sia stato quello di far capire a tutti che erano finiti gli anni Cinquanta ed erano cominciati i Sessanta.
Ma mi piace quando non è troppo Hollywood o troppo pop. Voglio dire, mi piaceva all’inizio.
Qual’è l’importanza dell’esecutore in questa musica? Potrebbe suonarla con chiunque altro?
Non la suonerei con chiunque. Primaditutto è molto difficile. Ci vuole grande controllo. E devi avere una relazione con questa musica. E concentrazione. Io sento che la concentrazione nell’esecuzione deve essere in relazione con la concentrazione di come è stata scritta. E penso che sia molto importante trovare la condizione che provoca questa concentrazione, piuttosto che suonare le note e basta. Se c’è qualcosa che io voglio comunicare, questa è la concentrazione, che nessuno ha. Molto importante per me. È più importante dell’emozione, è più importante della sensazione, è più importante di ciò che voglio o mi aspetto. Per me la vita è questo.
Insegno molto. Molti studenti vengono da me. E falliscono, perché non sanno che cos’è la concentrazione.
(domanda incomprensibile)
No. Vita. Non ho una filosofia.










