© Heike Liss

Fred Frith
chitarra elettrica, voce

Jason Hoopes
basso elettrico

Jordan Glenn
batteria, percussioni

Quest’anno Fred Frith festeggia i suoi 70 anni. Ci è sembrato necessario e naturale invitarlo a Centrodarte19 anche perchè l’ultima volta di un suo concerto a Padova è troppo lontana nel tempo… Si parla del 1984, quando all’interno di “Musica Oggi” si era esibito lo straordinario duo Skeleton Crew, formato appunto da Frith e dal compianto Tom Cora. Da allora il chitarrista inglese ha mutato pelle diverse volte pur rimanendo fedele all’idea dell’oggetto sonoro quale fonte di inesauribile sorpresa, frutto di un rifiuto quasi biologico della ripetizione di uno schema.

Agli inizi, Frith era emerso come un cervello musicale assai sofisticato, come dimostrava l’intera estetica di Henry Cow, gruppo inafferrabile che era partito da un suono, come si diceva allora, “progressive”, e si era spinto fino alle estremità dell’improvvisazione radicale, scegliendo in sovrappiù una militanza politica schierata e senza compromessi (in questo accanto all’amico e sodale Robert Wyatt..).
Spirito indomito, allergico alle celebrazioni di uno stile, Fred Frith subito dopo l’altra esperienza degli Art Bears si stabilisce a New York, condividendo le strategie dell’allora nascente scena “downtown”, spavalda nel distruggere qualsiasi materiale codificato ma altresì nel costruire innovativi paesaggi sonori senza preclusioni di sorta.

È qui che Frith tratteggia la sua natura duplice e feconda. Da una parte alfiere della libertà assoluta e di un’improvvisazione quasi come religione laica, che prevede anche la rifondazione di una grammatica della chitarra elettrica; dall’altra invece cesellatore di musiche che riuniscano in un magico calderone le eredità del folk, della forma canzone sghemba, del rock per chitarra-basso-batteria, delle colonne sonore e di tutto quello che un musicista contemporaneo può concepire.
Solo così si possono intendere la sua discografia sterminata (e discontinua), le sue infinite collaborazioni con artisti di tutti i continenti e di tutti i generi, tra cui quella storica con John Zorn, che si ricorda sia per l’avventura seminale di Naked City (Zorn, Frith, Frisell, Horvitz e Baron, allstar d’altri tempi) che per quella esoterica del duo, tra i risultati più indecifrabili ma affascinanti di sempre..
Talora sembra che l’unica dimensione musicale che interessi Frith sia quella del processo in divenire, indifferente ad un risultato finale; poi però rinasce la sua anima compositiva e fruibile, che prevede arrangiamenti finissimi e parti cantate quasi liriche (da “Gravity” e “Speechless” al trio Massacre, fino al recente folk-rock di Cosa Brava). Lo si può trovare accanto ad Anthony Braxton e al Rova, in un quartetto di chitarre elettriche e nell’Ensemble Modern, ma l’elenco potrebbe continuare a lungo..

Il trio con Hoopes e Glenn – musicisti molto attivi nell’area californiana – cerca di sintetizzare l’anima musicale inquieta ma anche ironica e disincantata di Frith, il suo gioco in parte dadaista, che nega il senso logico-discorsivo, in parte invece serissimo e attento alle sfumature e alle risonanze più intime.

(Stefano Merighi)

Ascolti

Henry Cow
Leg End (Virgin, 1973)

Fred Frith
Gravity (RecRec Music, 1980)

John Zorn & Fred Frith
The Art of Memory (Incus, 1994)

Fred Frith
Clearing (Tzadik, 2001)

Fred Frith Cosa Brava
The Letter (Intakt, 2012)

Fred Frith Trio
Closer to the Ground (Intakt, 2018)

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