© Kim Hijortøy

Joe McPhee
sassofoni, pocket trumpet

Paal Nilssen-Love
batteria, percussioni

Se c’è un musicista che merita l’appellativo di “leggendario” è proprio Joe McPhee. Protagonista della scena musicale di New York dalla fine degli anni ’60, McPhee ha suonato con tutti i maggiori esponenti del free jazz (dal debutto con Clifford Thornton alla lunga collaborazione con Peter Brötzmann – ma anche Evan Parker, Steve Lacy e mille altri); ha suonato nella Deep Listening Band di Pauline Oliveros e ha tradotto in musica le teorie di Edward De Bono sul lateral thinking; ha fatto da mentore a schiere di giovani improvvisatori (Ken Vandermark, Mats Gustafsson, Ingebrigt Håker Flaten, tra gli altri) e ha ispirato Werner X. Uehlinger a fondare la Hat Hut Records appositamente per pubblicare i suoi album (da Black Magic Man in poi).
Sperimentatore appassionato e instancabile globe-trotter, McPhee, nato a Miami nel 1939, festeggia l’ottantesimo compleanno con un nuovo tour in compagnia di Paal Nilssen-Love, punta di diamante della scena creativa norvegese. Quello con Nilssen-Love è un sodalizio quasi ventennale, nato in seno al gruppo The Thing (con cui McPhee ha collaborato fin dal 2001) e consolidato in mille tour e registrazioni (tra cui il monumentale Candy del 2015, che documenta in sette CD quasi dieci anni di concerti in duo).
Lo stile di McPhee, sempre sospeso tra la potenza del free e la carica emozionale del blues, trova un perfetto complemento nel drumming imprevedibile di Nilssen-Love, pronto a passare in un attimo da feroci esplosioni poliritmiche a gioiose figurazioni ispirate alla musica brasiliana. Sul palco l’intesa è tangibile, con un fitto scambio di idee e continui stimoli a cercare nuove strade, in una esplorazione a tutto tondo delle possibilità timbriche degli strumenti, per poi consolidarsi in passaggi ritmici e melodici di straordinaria efficacia.

(Nicola Negri)

Ascolti

Joe McPhee & Paal Nilssen-Love
Candy (PNL, 2015)

Joe McPhee
Nation Time (CjRecord Productions, 1971)
Black Magic Man (Hat Hut, 1975)

Web

Foto

© Michele Giotto